mercoledì 14 marzo 2012

Sulla duplice soluzione del problema di uovo e gallina


Credo che sia ermeneuticamente impossibile, per un vero filosofo giunto ad un punto cruciale della propria maturazione intellettuale, eludere il problema classico dell'uovo e della gallina. Per un caso fortuito mi sono recentemente ritrovato ad affrontare di nuovo la questione sulle pagine di un forum a me caro, e da quest'ultimo serio sforzo dialettico ho raggiunto la consapevolezza di poter alfine postare il risultato di anni ed anni di studi e ricerche sul problema fondamentale della storia della filosofia.
La mia risposta, in un'epoca di relativismo irrisolto come l'attuale, da adito ad almeno due possibili interpretazioni antitetiche, le quali, se non si vuole essere superbi come Hegel, difficilmente giungeranno ad una sintesi unitaria che non sia un pensiero coercitivo di potenza.
Il problema classico riguarda, neanche a dirlo, le cause prime, pertanto non può essere in alcun modo rigettato in quanto problema essenzialmente metafisico, idealistico. Vogliamo dunque distinguere almeno due casi.
La prima soluzione è di tipo creazionista; fideistica, strettamente legata alla creazione divina.
La Bibbia (Genesi 1:20) in proposito è molto chiara:
Dio disse: «Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino sopra la terra, davanti al firmamento del cielo».
La risposta non lascia ombra di dubbio. Prima la gallina, creata da Dio, e successivamente quella gallina deve aver deposto delle uova per tutte le galline successive. Dio ha creato la eva-gallina già bell'e pronta, e questa ha deposto le sue uova.
La seconda soluzione è invece quella proposta da Darwin e dalla sua discendenza intellettuale; se infatti si vuol essere evoluzionisti, quindi anche di mentalità scientifica e positivista, di certo c'era un animale pre-gallina che gallina non era, che, un certo giorno, deve aver deposto delle uova un po' particolari, con delle mutazioni genetiche al suo interno. Data una definizione esatta di 'gallina' (in senso genetico), deve esserci stata una non-gallina (la nostra pre-gallina) che ha deposto l'uovo della prima gallina, della eva-gallina. Quella gallina è ovviamente uscita dal suo uovo, quindi per l'evoluzionista è venuto prima l'uovo (di una non-gallina) che però era l'uovo della eva-gallina.
In conclusione, per il creazionista viene prima la gallina, per l'evoluzionista prima l'uovo.
Questa soluzione, lungi dal voler essere una risposta definitiva ad un problema apparentemente insolubile, vuole soltanto essere un mio piccolo contributo ad un dibattito che sopravviverà vivo e vitale per tutta la storia del pensiero.

martedì 21 febbraio 2012

Sulla luna

A.S. (ante-scriptum) o, se si preferisce, P.S. (prae-scriptum – in tutti i sensi –): prima di leggere tutto, riflettere bene (molto bene) sul P.S. in fondo al post.

(S)prologo
Non penso esista in questo mondo qualcosa di non istruttivo, qualcosa che non apporti la sua piccola ma abbagliante scintilla. Sono invece fermamente convinto che tutti noi non siamo in grado di riconoscere questo fatto, perché con la nostra strepitosa capacità di rimanere "eyes wide shut" e con la nostra 'pelle' di una delicatezza tale che tutti i "full metal jacket" di questa terra non basterebbero a preservarne la delicatezza, preferiamo ristorare e bivaccare in zone umbratili. Zone umbratili nelle quali in fondo, diciamolo dai, il calore ci allieta comunque, dalle quali la luce si vede in ogni caso senza il rischio di abbrustolirsi e tantomeno di sudare.
Per tutti i fulmini di Zeus, neanche ci fossimo serviti tanto ingordamente e ciecamente dal boccale di Dioniso sino al punto da essere sì confusi da berci il boccale, che rimane indigesto, anziché scolarci Dioniso stesso, la cui assimilazione repentina sortirebbe a tutt’altro effetto rispetto ad una difficile digestione! Come ci si può stordire tanto malamente e a tal punto da illudersi di poter godere di una scintilla senza lasciarsi trafiggere, senza abbandonarsi ad essa con tutto il conseguente sudore e le inevitabili bruciature che questo comporta?!
Rannicchiarsi nella propria zona umbratile è chiudersi al mondo, è qualcosa di meschino - e se ciò non basta, che le urlino i letterati quelle parole finali con cui Goethe andava ad occhi spalancati ed impunemente nudo verso quell’attimo finale, buio e spinoso, dell’esistenza: "Mehr Licht! Mehr Licht!" ("Più luce! Più luce!").

Mi rendo conto di essere troppo sul vago – non so se (anzi, so che non) sono in grado di chiarirmi ma provo a tirare su le tapparelle, a far entrare luce, a tentare quantomeno di schiarirmi. Un esempio ‘terra-terra’ (e ‘cartigienica-cartigienica’, perché ne servirà tanta mo’ che il post s’allunga e così pure la seduta…).

Parte 1 – La conferenza
Conferenza intitolata Miti e credenze popolari sulla luna; il relatore è un fisico, simpatico, estremamente competente e molto alla mano. In due ore circa di brillante esposizione dedica un’ora e mezza ad articoli scientifici (per lo più 'teTeschi', 'sviTzeri' e chi è più puntiglioso ed efficiente si aggiunga) volti a mostrare che l’UNICO effetto PRATICAMENTE significativo che la luna esercita sulla Terra TUTTA è la FORZA di MAREA. Per inciso, si tratta – riassume il fisico – di un’attrazione gravitazionale che un oggetto di una certa massa (come la luna) esercita su un altro oggetto (come la Terra) e che varia in maniera particolarmente SENSIBILE a seconda della distanza alla quale si trova il punto che subisce la forza (una forza, quindi, che risulta molto diversa tra i punti nella parte della Terra più vicina e quelli nella parte della Terra più lontana dalla luna in un dato momento).
Non mi dilungo perché poi subentra anche la forza centrifuga di rotazione della Terra su se stessa che, coniugata con l’altra, fa sì che il mare (ma anche la terra se fosse fluida!) si comporti come un’altalena, causando le maree.

Parte 2 – Il pubblico: miti e credenze in forma di zone umbratili
Forte della premessa rigorosa, esposta e ben piantata con la fatica di un’ora e mezza di spiegazioni, l’ultima mezzoretta, invece, il buon fisico mostra una serie di slides nelle quali, per farla breve, si ripete il ritornello: “l’influenza della luna sulle sementi? Cazzate!”, “l’influenza della luna sulla vita vegetale (per es. sui funghi)? Cazzate!”, “l’influenza della luna sulla vita animale (per es. sulla nascita dei bambini)? Cazzate!” e, in definitiva, “l’influenza della luna sulle cazzate? La risposta segue ad abundantiam dalle altre risposte”.
E non finisce qui: questa risposta che dovrebbe seguire dalle altre risposte (cioè che l’influenza della luna sia altissima per quanto riguarda l’armonioso fiorire di cazzate) può essere pure spiegata! Un tempo, infatti, era in uso il calendario lunare, quello coi mesi di 28 giorni, che a lungo andare creava dei problemi, non rispecchiando il tempo reale di rivoluzione della Terra attorno al Sole. Così le stagioni finivano per non coincidere più coi mesi e quei poveri contadini, per le loro coltivazioni – le quali si facevano beffe dell’astrattezza del calendario, vincolate com’erano alla concretezza del periodo caldo e di quello freddo, di quello umido e di quello asciutto –, erano costretti a orientarsi nel tempo facendo affidamento ad altro – alle fasi lunari. Col passare degli anni (ed ecco il punto ‘figo’), la luna potrebbe essere passata – sostiene il fisico – da semplice punto di riferimento calendariale per le semine, la crescita dei funghi, ecc… a vera e propria causa della fertilità delle semine, della nascita dei funghi, ecc… secondo un’operazione concettuale indebita. Pertanto ecco, per il fisico, la cazzata madre di tutte le altre cazzate – un plauso all’idea suggestiva di questo ‘fisicaccio’ erculeo!
Così si chiude la conferenza – così si apre il dilagare della protesta da parte di tutti quelli che erano venuti alla serata, sperando di andarsene con la certezza (vale a dire con la loro porzione bella e pronta di zona umbratile) circa il giorno preciso di luna crescente in cui piantare le proprie patate, circa la notte esatta di luna piena nella quale andare a pesca coi pesci che, con più luce, si muovono per cercare cibo o per riprodursi. Ce n’è per tutti i gusti – se ne sentono delle belle… e il fisico se la ride, se la ride e se la ride ancora – tanto tronfio del suo aver portato luce sulle zone umbratili della gente. Eppure non è necessario aver assimilato la fisica nell’interezza del suo corpus nomologico o aver passato in rassegna tutta la letteratura scientifica sulla luna per essere consapevoli che “ride bene chi ride per ultimo”.

Parte 3 – Il ‘fisicaccio’ erculeo: le colonne d’Ercole in forma di zone umbratili

Dal crescendo di domande formulate e dalle risposte date, è sempre più evidente che il fisico sta accantonando tutto ciò che non corrobora la sua cara e tanto salda concezione fisica. Rilasciamento d’acqua da parte di alcuni tipi di cipolle, riproduzione di vermi (Palola viridis) delle isole Samoa e molto, molto altro che accade in perfetta coincidenza con le fasi lunari – cielo nuvoloso o meno –, viene liquidato come un insieme di casi particolari che non hanno valore innanzi alle leggi universali. Casi particolari che andrebbero meglio spiegati come fenomeni dovuti ad altre norme fisiche (se non biologiche o geologiche o chimiche), rispetto quelle concernenti le forze in gioco tra la Terra ed il suo satellite naturale. Allo stesso tempo si eclissa – il fisico, ovviamente, anche se tale diritto spetterebbe alla luna, oltraggiata nella sua timidezza da tutto questo vociare – dichiarando che non vuole creare questioni e che, indubbiamente, ognuno è libero di avere le proprie opinioni e che, se queste lo aiutano a stare meglio, a credere che le proprie patate avranno più probabilità di crescere meglio se piantate con la luna crescente, faccia pure con tutta libertà. Tutto sommato lui dichiara di non voler scendere a compromessi con la sua deontologia, per la quale sarebbe inutile discorrere e smentire i luoghi comuni o le tradizioni ché tanto chi è fermamente convinto dei propri convincimenti sarà portato a rimanere ben avvinghiato a questi, per una strana forma di sinestesia idiosincratica, per una sorta fallace di memoria indotta (che, tra le righe, si traduce ‘per non metter piede nel mondo insicuro fuori dalle proprie zone umbratili’).
Quindi tutto ciò che va oltre la conoscenza fisica, tutto ciò che si permette d’esistere oltre le colonne d’Ercole, è fantasticheria, suggestione popolare che, sedimentandosi nel tempo, ha dato vita ad una memoria indotta per la quale crediamo a panzane belle e buone. Eppure il rilasciamento d’acqua da parte di alcuni tipi di cipolle, la riproduzione di vermi delle isole Samoa e molto, molto altro che accade in perfetta coincidenza con le fasi lunari continuano imperterriti a comportarsi come sempre di solito si comportano – se ne sbattono di un fisico che se ne sbatte, quando, in realtà, sarebbe molto più sincero non farlo. Infatti tutti questi fenomeni non (ancora) spiegabili con norme fisiche non stanno al di là delle colonne d’Ercole, al di là della nostra conoscenza; in un certo senso, ne possiamo già fare conoscenza, così come la fanno gli indigeni delle isole Samoa che, quando i vermi Palola rilasciano una parte del proprio corpo che sale a galla – in perfetta corrispondenza di ben precise fasi lunari –, organizzano banchetti che dire sontuosi è dire poco (e dire banchetti di prelibatezze, almeno per noi, è dire tanto). Piuttosto è il ‘fisicicaccio’ erculeo che non si vuole spingere al di là delle colonne d’Ercole.
Ma il genitivo (il ‘d apostrofo’) non è casuale nell’espressione: quelle colonne nella realtà non ci sono – sono ‘DI’ Ercole, perché è Ercole che se l’è inventate e, se non le oltrepassa, può starsene beato ché tanto tutto ciò che è ‘al-di-qua’ di quelle lui lo conosce… non è come quello che c’è ‘al-di-là’ di quelle, come ciò che non conosce – destabilizzante. Inutile a questo punto esplicitare claris verbis che ‘sto spazio che si ritaglia il buon fisico, in questo caso, non è molto diverso da una nuova ma pur sempre infelice zona umbratile.

Parte 4 – Al di là delle zone umbratili e dei pipistrelli che vi abitano, gamberi e granchi
Esco dalla conferenza stanco – stanco dei miti e credenze sulla luna, stanco di chi si crea miti e credenze in altro per demolire i miti e credenze sulla luna. Alzo lo sguardo in cielo e c’è lei, lei che, infaticabile e troppo menefreghista per rimproverarci tutti quanti che ossessivamente tanto la RIcerchiamo senza RItrovarla, semplicemente se ne sta lì – la luna. La sua luce è fioca, la sua forza gravitazionale sul mio corpo praticamente irrisoria, il suo effetto in fase crescente potrebbe giovare, nel trapiantar lattughe per esempio, per la tradizione popolare.
In quest’atmosfera, potrei muovere guerra alla mia stanchezza e soffermarmi a pensare la luna nel modo più razionale che il ‘fisicaccio’ erculeo mi potrebbe consigliare oppure nella maniera più pratica e tradizionale come un contadino o un antico navigatore mi spingerebbe a fare. Ma non carpirei la luna, no! E mi scorderei, che oltre tutto ed oltre tutte quelle zone d’ombra, rimane quella sua luce fioca, rimane la possibilità di goderne… di godere la luna. Ciò mi è precluso, però, finché a coccolarmi sono quei sogni di prima, tanto i sogni del pubblico quanto i sogni che si auto-persuadono esser veglia del fisico. Finché carico su di me una di queste prospettive e proseguo dritto, nel vedere le cose in funzione di una di loro, non vedo proprio e non sento proprio la luce e la voce fioche della luna.
Allora voglio andarmene libero nel mondo libero, non rannicchiarmi in zone umbratili: sì, andarmene libero nel mondo libero, cioè non proseguire sempre dritto ma camminare all’indietro e camminare di traverso, se lo voglio, se è necessario. Non si ha molta simpatia per i pipistrelli una volta che si è imparato ad amare i gamberi e i granchi.



Parte 5 – Il giorno dopo: appendici
Si ritira la luna che più non risplende al risplendere dell’alba, che al pari d'Icaro nulla può contro un sole caldo e lucente – è giorno di una nuova conferenza.
Questa volta il tema non ha più nulla a che vedere con miti e credenze popolari sul nostro satellite naturale; si affronta invece la tematica della crisi economica e di come alcune imprese trentine sorprendentemente siano riuscite a ‘tenere botta’ adottando nuove strategie produttive. Nuove strategie produttive banalissime se si vuole – emblematica in merito è la strategia “kaizen” che gira-gira, si riduce sempre al principio “produci una cosa se, dove, quando e come serve”. Eppure nuove strategie produttive che presentano un’efficacia potenzialmente disarmante, distinguendosi dal produrre meccanico ed in serie che ricorre per l’organizzazione all'utilizzo massiccio dei soli dati informatici. Non m’interessa qui dilungarmi a proposito; piuttosto sono stimolato a capire come diamine sia riuscita un’azienda che per anni si è rannicchiata nel proprio sistema produttivo, nella propria zona umbratile, a rivoluzionarsi ed aprirsi ad altro, a quella luce ancora terribilmente fioca che s’inizia ad intravedere del mondo della produzione post-crisi economica. Ora, sarà per via del rigurgito delle questioni affrontate la sera precedente ma mi pare proprio che tutto questo possa avere molte affinità col discorso sulle zone umbratili.
Allora come diamine riesce un’azienda a rivoluzionare il proprio sistema produttivo, ad aprirsi ad un nuovo mondo? Muovendosi “come granchi” – è la risposta di Edward De Bono, il padre del “pensiero laterale”.

Ci sono problemi che sembrano macigni messi in mezzo alla strada: se provi a prenderli di punta, ci sbatti la testa contro. E per Edward De Bono la colpa «è tutta della banda dei tre, Socrate, Platone e Aristotele, gli inventori del "pensiero verticale" basato sulla logica deduttiva». E allora? «Allora occorre imparare a pensare nello stesso modo in cui cammina un granchio: di lato» De Bono racconta la storia di Cenerentola. La cattivissima matrigna la sottopone a una prova impossibile: «Da questi sassi sul terreno ne prenderò 9 neri e 1 bianco. Se pescherai dal sacchetto un sasso nero verrai relegata nella torre, se troverai quello bianco sposerai il principe». Ma la matrigna è ancor più perfida e nel sacchetto mette dieci sassi neri. Cenerentola se ne accorge ma non può smascherarla. Come farà a dimostrare d' aver pescato il sasso bianco? «Provate un po' a risolvere il problema con il pensiero verticale», sfida De Bono, «non arriverete da nessuna parte». «[…] Mentre il pensiero verticale è guidato dalla logica, quello laterale si serve anche della logica, a volte procedendo a ritroso da una conclusione intuita precedentemente». E così Cenerentola se la cava. «Esattamente. Si finge maldestra e, pescando il sasso dal sacchetto, lo fa cadere a terra tra gli altri sassi bianchi e neri. Ed ora - tuona la matrigna - come faremo a sapere di che colore era? Semplice - risponde la bella - contando i sassi rimasti nel sacchetto: se sono tutti neri significa che ho pescato quello bianco». Geniale. Funziona anche in azienda? «In un' acciaieria del Sudafrica, adottando il mio metodo, hanno realizzato 21 mila nuove idee creative […]
(Fonte: [http://archiviostorico.corriere.it/2007/ottobre/26/aziende_creative_muovono_come_granchi_co_9_071026066.shtml])

Oltre a consigliare la lettura dell’articoletto che è davvero interessante (e ad approfondire sul “kaizen” che in realtà è una gran figata!), non voglio di certo sostenere che sia giusto fare del “pensiero laterale” un nuovo dogma, contro il “pensiero verticale” della tradizione e contro il “pensiero verticale” della ragione.
Tuttavia mi piacerebbe ribadire che è infinitamente stupido trincerarsi in zone umbratili ed affrontare poi il mondo prendendo la propria prospettiva e tirando dritto con questa – bisognerebbe essere più ciechi dei pipistrelli (ché persino loro un po’ ci vedono) per perder sé, e con sé il mondo, in manovre del genere da ritiro immediato della patente (da parte non della polizia ma del fosso o del paletto contro il quale inevitabilmente si va a finire).
Molto più produttivo e remunerante, invece, sarebbe l’aprirsi al mondo, l’andare liberi nel mondo libero, cosa fattibile adottando dei modi che permettano di muoversi nel mondo in tutte le direzioni, in tutte le sue parti (e non solo all’interno della propria zona umbratile). Senza timore di venir paragonati a gamberi, optando di camminare all’indietro per un po’, o a granchi, scegliendo di camminare di traverso per un altro po’, come questo signor De Bono o la Toyota (che sta convertendo la sua strategia produttiva secondo i dettami del “kaizen”); sempre e comunque in cammino nel e verso il mondo – “
Mehr Licht! Mehr Licht!”.

Buona seduta!

P.S. (al poveretto che non si è letto tutto): fai come se non avessi mai aperto questa pagina (consiglio spassionato!) o, al massimo, salta al P.P.P.S. finché sei in tempo (dammi retta!).

P.P.S. (al poveretto che si è letto tutto): ora non so come comportarmi con te. Conosci un termine più forte per dire “scusa”? Bene, elevalo usando come esponente la somma di tutte le parole che ho sfruttato in questo testo ed avrai la giusta espressione con la quale dovrei rivolgermi a te, per rammaricarmi di essere stato tanto prolisso. Mi rendo conto che, poi, la stessa operazione andrebbe fatta per chiederti scusa, per averti costretto a fare salti mortali entro un simile condensato dove sono raggruppati concetti che, a prima vista (e forse anche un po’ dopo la prima), non si collegano proprio per niente, oltre ad essere argomentati blandamente… che ci vuoi fare! Sappi perdonare la mente malata di uno studente perdigiorno (che si rifugia dietro l’ammissione di avere una mente malata solo perché sa che il vero pazzo non lo ammette mai e così lui, ammettendolo, conta di fregare tutti sulla sua vera natura =P). In ogni caso, ci tengo a precisare alcuni punti con delle note che potrebbero servire pure a te per fare chiarezza su tutta ‘sta roba scritta (ma se devono complicarti la vita, salta pure ché non è qualcosa di essenziale):
(A) Parte 1 – La conferenza: mi riferisco a questo evento [http://www.unitn.it/en/scienze/evento/21053/miti-e-credenze-popolari-sulla-luna];
(B) Parte 2 – Il pubblico: miti e credenze in forma di zone umbratili: come lo stesso ‘fisicaccio’ erculeo sottolineava, purtroppo molte credenze sulla luna ‘hanno le gambe corte’ e si contraddicono se comparate tra loro. Non faccio link particolari ma è sufficiente fare un giro rapido su internet per vedere che, per esempio, in Francia il taglio della legna è fatto con luna calante, in Italia con luna crescente, secondo altri il contrario e così via dicendo anche per buona parte delle altre credenze;
(C) Parte 3 – Il ‘fisicaccio’ erculeo: le colonne d’Ercole in forma di zone umbratili: la tesi di fondo che si sostiene è ovviamente troppo perspicace per essere stata pensata da me. Se non ricordo male, infatti, mi pare che in filosofia della scienza già Kuhn e Feyerabend avevano descritto in maniera molto eloquente come (mi tocca parafrasare ma il senso penso sia quello) lo scienziato si ponga davanti ad una legge scientifica attraverso un rapporto non troppo differente da quello di tipo fedeistico, come ci si porrebbe dinnanzi ad una credenza;
(D) Parte 4 – Al di là delle zone umbratili e dei pipistrelli che vi vivono, gamberi e granchi: mai sottovalutare le idee che potrebbero baluginare nella mente alla lettura di un libricino vecchissimo quale lo sconosciutissimo Bertoldo e Bertoldino, scritto da un autore del ‘500 (tal Giulio Cesare Croce) e riguardante le divertenti malefatte di un contadino ‘grezzolotto’ (Bertoldo) alla corte del re Alboino (vedi P.P.P.S.);
(E) Parte 5 – Il giorno dopo: appendici: mi riferisco a questa rassegna stampa [http://www.trentinosviluppo.it/Contenuti-istituzionali/Press-room/Comunicati-stampa/Kaizen-in-Tama-crescono-produtivita-37-e-soddisfazione-delle-persone].

P.P.P.S. (a qualsiasi tipo di poveretto): vorrei proporre un giochino (!) =) No, non è il contentino per il poveretto che arriva qui dopo aver letto il P.S..
È invece un giochino serio, che a me personalmente ha spiazzato – e del quale ancora non ne sono venuto a capo!
Si tratta di pensare un commento, una storia, una favola, un’opera teatrale, quel che si vuole, insomma, basta che risponda ad una domanda: ma perché il gambero cammina all’indietro (anche se poi la scienza lo ha confutato) ed il granchio cammina di traverso? Sì, ok: sembra stupido ma mi pare che ogni tanto faccia bene stimolare la fantasia e, in più, senza fantasia sarà ben difficile riuscire a capire come diamine possiamo camminare all’indietro o camminare di traverso fin da subito. Per stuzzicare ulteriormente, chiudo questa volta definitivamente il post riportando un esempio di storiella buffa su gamberi e granchi:

Diceva mio padre che, quando le bestie parlavano, il gambero e il granchio, amici cari, disposero di andare per il mondo a vedere come si viveva negli altri paesi. Il gambero allora camminava all’innanzi, come fa l’altro bestiame, e similmente il granchio non andava per traverso come al presente. Or costoro, partitisi dalle paterne case, andarono molto tempo girando il mondo, e prima capitarono nel regno delle cavallette, poi passarono in quello delle lucertole, che confina con quello del re dei parpaglioni, e così girando gran parte della terra videro i vari costumi di quelle bestiole. Alfine, una sera, giunsero nel paese degli scoiattoli, e perché fra gli scoiattoli e le donnole v’era gran guerra per essere tra loro confinanti, si stava in arme dall’una e dall’altra parte.
Arrivati questi due compagni in simile luogo, furono scoperti dalle guardie degli scoiattoli e tolti per due spie: presi e legati, vennero condotti davanti al Capitano, il quale, dopo averli esaminati minutamente, non trovò in essi altro se non che, desiderosi di vedere il mondo, eran giunti in quelle parti, e che come forestieri non erano informati di cosa alcuna.
Siccome desideravano di esser posti in libertà e di tornarsene in patria loro, oppure d’essere assoldati in quell’esercito di scoiattoli, il Capitano, parendogli esser bestie da fazione, (per aver tanti piedi e tante braccia) li accettò al suo servizio, ordinando di far passar loro la paga.
Ora avvenne che essendo mandato il gambero a spiare ciò che si faceva nel campo dei nemici, (come quegli ch’era nuovo personaggio in quel paese, e che camminando con gran silenzio e spesso coprendosi tutto sotto la coda, non sarebbe scoperto facilmente) se ne andò animosamente e trovando le guardie che dormivano, passò avanti e andò fino al padiglione del donnolotto, pensando che ivi ancora si dormisse. Ma il meschino ebbe mala fortuna, perché ivi erano intenti a giuocare a santi e palle; onde nel porre che fece il capo dentro, fu veduto da uno di quei soldati, il quale, cheto, si levò da giuocare, di che il povero gambero non si avvide e presa una stanga, gli tirò siffatto colpo sul capo da stordirlo in maniera che pareva morto, e se egli non fosse stato protetto dalle sue solite armi, il cervello gli sarebbe andato a spasso. Colui che lo percosse, non sapendo che fosse una spia, ma credendo che ivi fosse capitato a caso, (non avendo mostaccio da spia), credendolo morto, lo prese per le corna e lo gettò in un fosso, e senz’altro sospetto si rimise a giocare.
Ora ritornato il misero in se stesso, né potendo sollevare il capo per la gran percossa avuta, giurò di non volere entrare in luogo alcuno col capo innanzi, ma di camminare colla coda, per cui se gli venissero date delle busse, piuttosto gli fossero date sulla schiena che sulla testa.
Così tornato al campo, fece la relazione di quanto gli era accaduto, e come le guardie dormivano, ma che nel padiglione si vegliava; onde il Capitano fece quietamente armare le sue schiere e andò ad assaltare il nemico e preso il padiglione, uccise tutti quelli che vi erano dentro, vendicando il gambero, il quale, per non trovarsi più in simili rischi disse al granchio:
- Andiamocene con Dio, perché la guerra non fa per noi.
- Ma come fuggiremo – disse il granchio – affinché non sieno vedute le nostre pedate?
- Tu camminerai per traverso – disse il gambero – ed io all’indietro.
Piacque la proposta al granchio, che subito si levò in punta di piedi e gentilmente cominciò a camminare di traverso con tanta prestezza, che il gambero appena appena poteva stargli dietro. Così partirono dal campo, e mai gli scoiattoli poterono sapere dove fossero andati, per lo stravagante camminare che facevano. […]


G. C. Croce, Bertoldo e Bertoldino, Universale economica, Milano, 1949, pp. 37-8.

venerdì 10 febbraio 2012

"Giordano Bruno ha inventato l'accendino" (cit.)...

...battuta!
A onor del vero, comunque, un accendino l'ha inventato. In senso metaforico, è uno di quei tipi scomodi che inventa "specchi" - che in questo mondo, tra mondi infiniti, sono veri e propri accendini. Arrostendolo, il mondo e noi con lui arrostiamo noi stessi, indispettiti nella profondità delle nostre viscere di vederci riflessi, di vedere che non si è mai quello che si crede di essere ma che si è semplicemente quello che si è. Apotropaico è qualcosa che potrebbe essere proprio succulento come carne alla brace - e per l'accendino, e per improvvisare il barbecue, si sa a chi rivolgersi.


"We have no need of other worlds. We need mirrors. We don't know what to do with other worlds. A single world, our own, suffices us; but we can't accept it for what it is"
(Stanislaw Lem)

Buona seduta!

domenica 5 febbraio 2012

Il mistero degli studenti scomparsi durante le ultime lezioni


C'è un paradosso che mi ha sempre fatto riflettere. Si tratta di una stupidaggine, ma non so perché ci ho sempre fatto caso senza darmi risposte definitive... credo di essermi illuminato quando, in una sua lezione, pure il prof. Kammerer citò questo fenomeno:
Durante le ultime lezioni di ogni corso, il numero di studenti presenti in aula cala drasticamente.
Si tratta di un dato di fatto abbastanza frequente, spiegabile in maniera molto banale.
Dal momento in cui gli studenti si giustificano spesso con il docente attribuendo la colpa dell'assenza allo studio pressante, una prima ipotesi potrebbe essere la seguente: se le ultime ore del corso sono molto vicine alla sessione d'esame, gli studenti preferiscono studiare piuttosto che frequentare. Questo discorso è effettivamente valido se gli studenti sono alle ultime lezioni del corso A e devono prepararsi per l'esame B, quindi dicono: “che diavolo me ne frega del corso di paleontologia romanza se devo dare l'esame di termologia organica?”. Ma capita altrettanto spesso che gli studenti (noialtri, insomma) non frequentino le ultime lezioni del corso A quando stanno preparando l'esame A – lo stesso esame. Si potrebbe qui dare la colpa al prof., il quale, magari, ripete sempre le stesse cose, e ri-sentirlo per la milionesima volta ripetere la solita solfa è considerato meno produttivo che memorizzare quegli stessi argomenti direttamente spaparanzati sul divano di casa propria. Un possibile contro-argomento, tuttavia, è il celebre repetita iuvant, per il quale, per come la vedo io, preferisco ascoltare il prof. ripetere la lezione già spiegata con un lessico appropriato una volta in più, magari ascoltandolo con attenzione per capire meglio i dettagli, piuttosto che accontentarmi e poi rischiare di ritrovarmi sempre su quel divano a piagnucolare: “ma che cazzo ho scritto negli appunti? Che roba è?”.
Un altro argomento potrebbe essere, sempre nel caso dell'assentarsi dal corso A mentre si prepara l'esame A, è questo: si è rimasti indietro, quindi tanto vale recuperare il malloppo piuttosto che perder tempo sui dettagli col prof. Anche questo è un valido argomento, anche se, pure qui, si potrebbe pensare che spesso i docenti nelle ultime lezioni tendono a ripetere qualcosa anche delle prime, per ripassare il programma. Ma, di nuovo in risposta: ciò non accade sempre.
C'è pure un possibile “argomento noia”, per il quale lo studente, arrivato alle ultime lezioni, si è talmente rotto di stare all'Università che preferisce un coitus interruptus, piuttosto che (re)stare ancora nella città universitaria fino alla fine del rapporto con il corso. Non viene, ma va – a casa.
Di argomenti ce ne sono, come vedete, a bizzeffe. Aggiungo, da mezzo filosofo, che non è facile generalizzare; probabilmente ogni situazione, ogni corso ed ogni docente hanno una spiegazione a sé. Ma, sempre da mezzo filosofo, mi piace provare a generalizzare. Insomma, è sempre un discorso a metà.
Spero di aver stimolato i lettori ad analizzare e congetturare su questo oscuro fenomeno.

p.s. L'ipotesi più probabile, ovviamente, è che tutti gli studenti scomparsi siano chiusi in bagno. Presumibilmente, dopo aver letto 'Lo Stimolo'.  

lunedì 30 gennaio 2012

Sì, io sono quella dei Post "l'unghie" (il titolo serio è: "La versione di Luhmann: Lupin, Fujiko e la Doppia Contingenza")

... E anche quest'anno, carnevale è alle porte. Vorrei essere rimasta ai miei cinque anni, seduta su un carro pidocchioso con due sacchetti di coriandoli e uno di caramelle di cui sarei stata defraudata nel giro di pochi minuti da mia cugina e dalla sua amica col naso da strega (non di gomma. Era vero-vero: lei aveva un vestito azzurro da principessa, ma ho sempre pensato che avesse dovuto vestirsi da scopa - rachitica e stronza com'era - ma vabbeh...).

Si diceva, anche quest'anno carnevale è alle porte. Una volta la vedevo come una semplice festa in costume, un trastullarsi popolare e colorito da sfruttare per vestirmi da quella cosa che non avrei potuto essere in nessun altro giorno dell'anno e che avrei voluto essere in tutti i restanti giorni della mia vita: una Principessa. E non nel senso economico-politico del termine. Francamente, penso che un vestito come quello di Rosaspina nella scena finale de La Bella Addormentata mi sarebbe bastato per tutto l'anno e a tutte le temperature, così come il diadema, la chioma bionda e tutto l'armamentario. Insomma, allora non è che concepissi il sottile e perverso piacere di una cabina armadio di quelle che vedi solo su Teen Cribs e ti mangeresti le mani perché c'è una sola anta ripiena di scarpe da abbinare ad altre due ante di pantaloni e cinque di vestiti. Senza dimenticare la cassettiera per i gioielli, con quelle seicentonovantacinque paia di orecchini di tutti i colori.

Allora mi bastava il mio vestitino azzurro, il mio diadema di tutto rispetto made in China e i miei molleggiatissimi riccioli d'oro che non sarebbero mai più tornati, esattamente come il mio sguardo assolutamente sognante e disinteressato verso l'evento in sé, che dal "Forte!" dei 5 anni è diventato un "Fottiti!" a 15 (tanto per conservare la F iniziale e mantenersi eretici nella tradizione) e un "bachtiniano" a 25. Verità per verità, anche se "bachtiniano" suona estremamente figo, darei tutta la mia "figaggine" per tornare al "Forte!" dei 5 anni, ma... Sfortunatamente gli occhi sono l'unica parte che non puoi retroeducare... ( > Retroeducare: Neologismo coniato alle 21:37 tramite consolidato metodo allacazzo guardando C.S.I N.Y. per indicare la modalità intellettiva tale per cui è possibile far tornare un qualsivoglia oggetto d'indagine ad uno stato precedente senza che conservi segni dell'evoluzione da cui proviene).

Ma non divaghiamo. Divagare è sinonimo di perdersi. Perdersi è sinonimo di vivere. E vivere è sinonimo di... Smettere di scrivere come Baricco. Principessa. A ripensarci adesso suona talmente banale... Io, che non sono più riuscita a conformarmi a nessun prototipo comportamentale ed ideologico femminile, che ho indossato felpe e profumi da uomo per anni, che avevo gli Slipknot nel lettore cd portatile che ad aprirlo e mostrare il disco era come lanciare una sfera poké di immane potenza distruttiva verso la rana di Squerez! dei Lunapop (un nome una garanzia: l'album faceva cagare...). Io che Principessa non lo sono mai stata davvero... Perché la verità è che le Principesse... Mi sono sempre state un po' sulle palle.

Dicevo, non era la ricchezza a muovermi verso l'ideale della Principessa, anche se forse oggi ciò che spinge le bambine a protrarre questo tipo di tradizione onirico/esibizionista è proprio quella. Ciò che mi piaceva delle Principesse, erano i Principi: questi "figuri" dotati di fisico statuario e di animo cavalleresco che spuntavano dai boschi (proprio come i vouyer più sagaci), che si innamoravano di te anche se non aprivi bocca e usavi le forchette al posto dei pettini (proprio come gli schizofrenici più avanzati), che nel bel mezzo di un salone di gente socialmente ed economicamente superiore a te ti sceglievano perché eri quella più in tiro di tutte, e si mettevano ad odorare tutti i piedi del regno per ritrovarti. Quelli che cantano canzoni di merda e spariscono per poi ricomparire casualmente in mezzo a un bosco e baciarti oltre una teca di vetro no però.

E il Principe Filippo, io lo adoravo. Era così sbruffone, intraprendente, pragmatico... Tenace. Lui che scappava fuori alle spalle di Rosaspina cantando la stessa canzone di lei dicendole che non era uno sconosciuto, perché quello che aveva incontrato nei suoi sogni era proprio lui... Sì, okay, messa così però è troppo sdolcinata. Ho sviluppato una sorta di intolleranza verso le sdolcinatezze, una sorta di diabete emotivo, perciò passiamo ad un next level dopo aver constatato come la Disney sia sostanzialmente habermasiana > Habermasiana: dicesi "habermasiana" una visione del mondo pacata e tranquilla dove siamo tutti fratelli e tendiamo al bene ed al bello e alla cooperazione comunicativa felice che possa soddisfare tutti. Ovviamente in Sociologia non è spiegato così, il tutto assume un contorno senza dubbio più amplificato, credibile e scientifico. Ma qui siamo tutti luhmanniani, e in quanto tali sappiamo perfettamente che vige una doppia contingenza e che non ci sono vincitori, se non quelli che riescono a soddisfare le proprie aspettative verso se stessi giocando abilmente con quelle degli altri.

E - sempre in quanto tali - sappiamo che l'amore come ce lo rifila la Disney è un evento altamente improbabile. Le reciproche aspettative non verranno mai soddisfatte completamente. Due anime sono impenetrabili l'una per l'altra. Non sapranno mai cosa realmente vogliono dall'altra, se non quello che intendono far credere attraverso ciò che scelgono di comunicare. Anche perché - in quanto tali - sappiamo che la sincerità è l'unico elemento incomunicabile. Ed è in virtù di questo che ora comprendo perché il mio cartone animato preferito, quando ero bambina, era Lupin. Un cartone "da maschio".

Lupin mi piaceva per una serie di motivi che ovviamente andavano al di là dell'aspetto fisico. Certo, a tratti mi ricordava mio zio: mingherlino, giocherellone, capello corto. Ma al di là di questo, Lupin era l'unico cartone che mi faceva ridere di gusto: la sua goffaggine era proporzionale alla sua risolutezza, e alternava momenti di pura stupidità a momenti di puro genio strategico. Insomma, aveva le parvenze dell'idiota, ma non lo era mai davvero. La sua saggezza stava nel sapere quando tendere l'elastico e quando lasciarlo, e il suo rapporto con Fujiko ne era una prova evidente. Perché Lupin ha una forma fatale di attrazione per una donna che può competere in tutto e per tutto con lui, per capacità tecniche e strategiche, superiore a tratti per le carte della femminilità e del "distacco emotivo" che le permette di trattare Lupin come un calzino, ma inferiore in un'unica cosa che vale comunque a renderla nel complesso inferiore e Lupin stesso: Fujiko è una maschera. Lupin no. O meglio, lo è anche lui, ma in altro modo: Lupin bluffa. Non può essere trasparente, perché se i suoi intenti fossero evidenti i suoi piani salterebbero; d'altro canto, Fujiko non può essere trasparente, perché se ciò che prova fosse evidente, la tensione tra lei e Lupin e le priorità dei suoi interessi materiali decadrebbero.

Tra Fujiko e Lupin la doppia contingenza si eleva alla seconda, il che rende il loro rapporto - di qualunque natura sia - doppiamente intricato ma allo stesso tempo doppiamente semplificabile: entrambi infatti esonerano dalle reciproche aspettative quando compaiono a mettersi i bastoni tra le ruote, ed entrambi prevedono esattamente le loro reciproche mosse in base a cui si muovono poi al fine di arrivare ad una conclusione inaspettata per l'altro che li porti a guadagnarsi il bottino. Semplificando: da una parte fanno ciò che l'altro non si aspetta per aumentare le probabilità di cogliere di sorpresa; ma per fare questo, allo stesso tempo, calcolano (a e a volte fanno) ciò che l'altro si aspetta per distaccarsi completamente o parzialmente da quell'aspettativa. E così la complessità aumenta a livelli vertiginosi, ma il bello di Lupin e Fujiko è che si nutrono vicendevolmente di questa complessità, non ne sono prede. Sanno chi c'è dall'altra parte, sanno i loro punti deboli e i loro limiti, e oltre a far rientrar questi nei loro calcoli e a sfruttarli, nutrono verso di questi un profondo rispetto. Fujiko viene sempre perdonata da Lupin per il suo egoismo; Lupin viene sempre perdonato da Fujiko per la sua lussuria. E poi si riparte daccapo.


Fujiko è una maschera, e Lupin lo sa bene: ciò che lo porta a lei non è tanto il fatto che sia una donna con cui possa confrontarsi, che abbia un corpo mozzafiato, che sia estremamente indipendente e talmente orgogliosa e fiera da non cadere mai ai suoi piedi se non per finta e per ottenere ciò che vuole. Lupin conosce bene la maschera. Ma conosce ancor di più quel che nasconde, ed è quello che lo porta ogni volta a perdonarla e a dirsi "Non me ne frega nulla se ci hai riprovato a fregarmi. Io sono ancora qui, e tu sei ancora qui con me". Perché Fujiko non è certo la ragazza più devota della terra e mette sé stessa prima di tutto, ma non si fa scrupoli a tornare sui suoi passi per proteggere Lupin, se necessario. Lupin guarda all'attimo, non al passato. E anche se si ritrova spesso a cedere dinnanzi a lei, mosso da quella parte irrazionale che sembra non saper dominare, sa subito come riprendere le redini e rimetterla in riga senza mai farsi mettere i piedi in testa del tutto. Lui sceglie come e quanto cedere. Il resto è tutto un inseguire.

Ed è in virtù di questo che mi dico che un Principe Filippo potrà anche rapirti nei sogni, ma il Principe dei Ladri è l'unico che sa come rubarti anche il cuore.


venerdì 27 gennaio 2012

...una bella cosa nUOVA: i VIDEO...



...ho trovato il modo di condividere video:
(1) basta selezionare "blogger" sotto la voce "share/condividi" che sta sotto i video di youtube (tipo);
(2) oppure 'copincollare' il codice HTML per la condivisione che ormai c'è quasi ovunque per qualsiasi cosa.

Per di più ho pure scovato un video di Anneke Van Giersbergen (la cantante con l'intonazione angelica) che parla di tal Miranda che "takes her EGGS"... meglio di così, manco una frittata!

Buona seduta =)

Qualcosa di nUOVO no, eh?!

Lontani compagni di “sedute” – una conferma o una smentita se possibile, please!

Ieri sentivo un “intelligentone” dire che, quando si cucinano alimenti con PROTEINE - come l’UOVO -, poi tegami, stoviglie e piatti andrebbero lavati SOLO con acqua fredda. Secondo il “sapientone”, infatti, acqua calda e detersivo creerebbero una reazione con le proteine che non le farebbe distaccare dal pentolame al momento del lavaggio.
Ora, siccome io diffido sempre dei “cervelloni” – proprio come facevano gli antichi greci con le loro barzellette [http://lostimolo.blogspot.com/2012/01/le-barzellette-bisogna-saperle.html] – e siccome, viste le mie grandi e variegate competenze in cucina (psé!), ho il menu mensile che spazia da frittate a spaghetti alla carbonara, volevo chiedervi gentilmente una conferma o una smentita di questa re(l)azione chimica misconosciuta tra acqua calda, detersivo e proteine. Eventualmente s’accettano anche pareri basati sulle antiche e sagge usanze della nonna! In ogni caso, meglio un uovo (o una carbonara) oggi che una pentola pulita domani…
…buona seduta!

giovedì 26 gennaio 2012

Facebook come fondamento primo della verità

Ricordo ancora con un certo autocompiacimento quando al liceo spiegavo ai ragazzi come il problema della ricerca della verità che si poneva il giovane Cartesio quando terminò i suoi studi e decise di leggere il libro del mondo fosse quantomai attuale: in particolare in un'era ricca di informazioni (vere e false) come la nostra.
Oggi la verità non la ricerchi solo col professore, ma anche con google e con la wikipedia, spesso fraintendendo, ma di certo con una rapidità di accesso alle informazioni di svariati ordini di grandezza superiori rispetto a quello che era qualche anno fa – la distanza tra due click e prendere l'auto per andare in biblioteca (e solo negli orari prestabiliti) è davvero enorme, di certo molto più vistosa della distanza tra la fine degli anni novanta ed il secondo decennio del duemila. Se usati bene, poi, i due click sono persino più performanti anche in termini qualitativi di tutti i tomi della biblioteca.
Ricordo anche un vecchio post su 'La Lapide' (il mio blog storico) in cui scherzavo sulle catene di Sant'Antonio in formato e-mail che in quei periodi entravano in competizione con lo spam selvaggio e con i primi filtri antispam in fase embrionale.
Oggi leggo certe bufale su faccialibro davvero da inorridire. Ma inorridisco ancora di più quando queste bufale si diffondono a macchia d'olio e nessuno si preoccupa di cliccare su google e prendere le dovute precauzioni. Faccio due esempi che mi sono capitati ieri, dove un minimo di interesse per le fonti e per l'attendibilità delle notizie, prima di far partire la polemica, credo che sia d'obbligo.
Due esempi davvero simpatici.

"Il latte in cartone, quando non è venduto dopo un determinato termine di tempo è rispedito in fabbrica per essere pasteurizzato un'altra volta...Questo processo può ripetersi fino a 5 volte, cosa che conferisce al latte un sapore diverso da quello iniziale, aumentando la possibilità di cagliare e riduce significativamente la sua qualità, nonché anche il valore nutritivo diminuisce...
Quando il latte ritorna sul mercato, il piccolo numero che vedete dentro il cerchietto nel file allegato viene modificato.
Questo numero varia da 1 a 5.
Sarebbe conveniente comprare il latte quando il numero non supera il "3". Numeri superiori comportano una diminuzione nella qualità del latte. Questo piccolo numero si trova nella parte inferiore del cartone; se compri una scatola chiusa, è sufficiente controllare uno dei cartoni, tutti gli altri avranno lo stesso numero.
Ad esempio: se un cartone ha il numero 1, vuol dire che è appena uscito dalla fabbrica; ma se ha il numero 4, significa che è già stato pasteurizzato fino a 4 volte ed è stato rimesso sul mercato per essere venduto..."
Eri a conoscenza di questa cosa? Condividela! :(

Benzina: si sa che in Italia sono state introdotte tasse supplementari, ma è possibile che in Svizzera costi davvero quasi la metà? Basta cliccare sull'immagine (su facebook, non qui) e leggere una valanga di commenti di gente che vive (per fortuna) in Svizzera, i quali ribadiscono che nel paese del cioccolato sfizero la benzina costa al massimo 0,20€/lit in meno che da noi. Differenza che non è poco, ma non è neppure poi così abissale. Ma almeno la polemica ed il vittimismo dilagano, ed un sacco di gente condivide con commenti inorriditi.
Latte: questa bufala (non la mozzarella né il latte di) ha del sensazionale. Se fosse vera, dubito che un sistema di numerazione sulla confezione indicherebbe un dato tanto sensibile. Si potrebbe codificare in qualche modo, ma lasciarlo così espresso è davvero da suicidio per la credibilità chi produce latte, appena scoperta la notizia. Del resto, è stata subito smentita da ogni dove e su ogni sito, dal Corriere a siti indipendenti di produttori. 
Questo rimanda alla definizione tecnica di 'informazione', che differisce dal 'dato' in quanto il dato è materiale grezzo, mentre l'informazione è un dato interpretato. Che sulla confezione del tè sia scritto '2013' (dato) non posso metterlo in dubbio, ma sta alla mia capacità di giudizio riconoscere se è un numero a caso sotto il codice a barre, se è la data di scadenza della confezione o se è la scadenza del concorso 'bevi turbotè e vinci una scorta per un anno!'. Se poi fossi molto furbo, potrei ipotizzare che quel '2013' è un messaggio degli alieni e condividerlo su faccialibro per vedere l'effetto che fa. Anche sul caso del latte, ho visto un sacco di gente condividere e nessuno informarsi (vengo anch'io!).
Viviamo forse in un periodo da polemica facile. Ma un minimo di educazione alla ricerca delle fonti ci vorrebbe proprio, soprattutto in Rete. Suggerisco di non assurgere l'attendibilità di Facebook a fondamento primo di verità, si rischia fino ad un massimo di 5 pastorizzazioni!!

venerdì 20 gennaio 2012

CòpernicO (NoperciòC-ambiando l'ordine degli addendi, il risultato... cambia)

In una breve ma intensa sosta ad un vespasiano pubblico (ma alquanto privato alle 8.30 della mattina) dell'università, leggo:

"La spiegazione dei movimenti celesti non riuscì a Copernico, finché egli ritenne che le stelle ruotavano intorno all'osservatore; gli riuscì solo quando fece ruotare l'osservatore e per contro star ferme le stelle".
(cit.)

Morale banale: cambiare punti di vista, la propria Weltanschaaung. Non c'è bisogno d'abbandonare in tutto e per tutto la precedente. Quella copernicana è più una svolta che una vera e propria rivoluzione. Magari è sufficiente tenersi gli elementi, qualche “osservatore” ed un po' di “stelle”, e stravolgerne la disposizione... nella speranza che, modificando l'ordine degli addendi, il risultato cambi – eccome!

Va beh, era una semplice annotazione, ‘tanto per…’. Ma qua al bagno non va più nessuno?
Va beh, era una semplice curiosità, 'tanto per...' e tanto per concludere con un "BUONA SEDUTA"!

venerdì 13 gennaio 2012

Le barzellette bisogna saperle raccontare. Ed i greci non le sapevano raccontare.



Tempo fa, credendo di fare cosa gradita alla prof. di greco antico, acquistai un libricino che raccoglie facezie dell’antichità classica. Lo feci con l’intenzione di regalarlo all’insegnante (giuro! non sono di quelli che seguono la versione tutta positiva ma fuorviante del “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” – ovvero del ‘fa’ agli altri quello che vorresti fosse fatto a te… ché tanto, prima o poi, torna a te’). Fatto sta che, vuoi perché il detto è vero, vuoi per una sbadataggine o vuoi perché tra l’intenzione e l’azione c’è di mezzo la convinzione, il libello rimase a me. Decisi d’assegnargli un ruolo importante e lo trascelsi tra tutto quel tran-tran di testi di passaggio sul mio comodino che di volta in volta vengono eletti a ‘letture da bagno’. Così ieri, alla prima occasione buona per condividere un momento d’intimità col mio vespasiano privato, il Philόghelos (letteralmente “amante del riso”) era lì col caratteristico sorriso forzato del terzo incomodo a rivendicare col suo piccolo spazio il suo mìnuto minùto d’attenzione. All’intenzione seguì la convinzione e quindi l’azione questa volta – o, meglio, le tre germogliarono in un abbraccio indistinto, poiché questo, non si sa per quale reconditi motivi psico-(b)anali-tici, è l’effetto sùbito subìto quando salta alla mente un'idea qualsiasi di ménage à trois, poco importa se i trois in questione sono una ‘tazza’, una risma di fogli ed io. Fu così che, prendendo in mano il libricino – responsabile del presente post e del conseguente casino –, avevo già fatto il primo passo verso la comprensione del vero, inaspettato e semplice perché (perché il vero è inaspettatamente sempre più semplice di quanto si creda) ne Il nome della rosa si parla di un libro antico che uccide.

Ora vorrei spiegare tutto ciò. Eppure se parlo solo io, non mi si crederà; ma se lascerò ‘parlare’ il Philόghelos, allora non gli si vorrà credere. Perché si può credere che ci siano persone col senso dell’umorismo o persone senza senso dell’umorismo; ma è cosa che non si vuol proprio credere che esista un intero popolo col senso dell’umorismo pari a quello dell’‘intelligentone’ che, venuto a conoscenza della morte di uno di due fratelli gemelli, chiede all’altro se sia lui il morto o suo fratello. In questa raccolta di barzellette, infatti, tutto è uguale ad una raccolta di barzellette moderne tranne che per una cosa. Ci si ritrovano figure emblematiche prese di mira (gli ‘scolastici’ sono sagaci quanto i nostri ‘carabinieri’) oppure detti che sottolineano le caratteristiche peculiari di alcuni paesi (l’insuperabile stupidità degli abitanti di Abdera la fa da padrona come la maestria nel rubare tra gli abitanti di Napoli) e così via. Nonostante questi topoi comuni però, non si capisce dove sia andata a nascondersi nell’antica Grecia una cosa, appunto, un ingrediente fondamentale per creare la barzelletta: la capacità di suscitare il riso. Perciò, inevitabilmente, il risultato che esce fuori seguendo la ricetta è una risata dal sapore un po’ sciapo:

(1) Ad un cervellone che vendeva un cavallo, chiesero se l'animale fosse pauroso. “No, lo giuro” rispose. “Lo dimostra il fatto che nella stalla, anche di notte, ci sta da solo!”

(2) “Come te li taglio?” domandò un barbiere troppo loquace. “In silenzio”, disse un tipo dalla battuta pronta”

(3) Un tale cercava uno scorbutico. Quello rispose: “Non sono qui!”. L’altro si mise a ridere e disse: “Menti, riconosco la tua voce”. “Canaglia!” disse lo scorbutico, “se te l’avesse detto il mio schiavo gli avresti creduto, io invece non ti sembro più attendibile di lui?”

(4) Un Abderita, poiché la sua nave era immobile per una bonaccia in alto mare ed avendo sentito dire che le cipolle e le lenticchie danno 'ventosità', ne appese due sacchi alla poppa della nave.

E mi fermo qui – tanto basta ad aver suscitato un duro affronto al testardo non voler credere che un senso dell’umorismo del genere non possa esistere. A questo punto, dicevo prima, dopo poche di queste battute capii perché Umberto Eco poteva parlare di un libro aristotelico di commedia, di satira antica che uccide. Si tratta di un perché che non è solo legato ad un precetto religioso medievale, che nella sua austerità sia volto ad impedire all’uomo dell’età di mezzo di farsi due risate, in quanto la vita terrena, la valle di lacrime, non è né il giusto luogo né il giusto ‘tempo’ per spassarsela. Infatti si tratta di un perché ascrivibile pure all’incapacità di suscitare il riso da-parte-di-buona-parte della commedia antica o, più propriamente, delle barzellette antiche. Proprio per via di tale incapacità di suscitare il riso la lettura del libro de Il nome della rosa viene proibita – un’esposizione prolungata a quel tipo d’umorismo dell’antichità che è non-umorismo non è affatto piacevole e, nel lungo periodo, persino pericolosa: è come se la lucertola si stendesse anziché al sole alla luna ed, in un primo tempo, non ne ricavasse nulla, finché pian piano non rimane stecchita, nell’attesa invano del calore, per il suo sangue freddo. Per questo il testo ch’è vietato sfogliare lo è perché il contenuto è talmente noioso che, oltre a trasmettere ben poco, a lungo andare uccide persino.

Avendo ormai quasi terminato il tempo di ormai violata intimità col mio vespasiano, stufo dell’andare a disturbare romanzi ed autori tanto grandi con stupidate e riflessioni a cospetto delle quali i voli pindarici appaiono come voli di gallina, chiudo il libello con tutte quelle simpaticissime facezie e mi ritrovo riconfermato nella mia vecchia credenza: in fondo, il piatto forte degli antichi greci non era tanto la commedia (o la dimensione del comico) quanto la tragedia (o la dimensione del tragico). “[…] i poeti e i filosofi più antichi che si conoscano […] tutti sono pieni pienissimi di figure, di favole, di sentenze significanti l’estrema infelicità umana; e chi di loro dice che l’uomo è il più miserabile degli animali; chi dice che il meglio è non nascere, e per chi è nato, morire in cuna; altri, che uno che sia caro agli Déi, muore in giovinezza, ed altri altre cose infinite su questo andare” (G. Leopardi, Dialogo di Tristano e di un amico, in Operette morali). Ed infine, almeno, esco con un sorriso dal mio ‘spazio di espulsione’, con la soddisfazione che, se ora mi chiedessero la motivazione dell’irruente preminenza del tragico sul comico nel mondo antico, saprei rispondere prontamente: “mah, vede… Le barzellette bisogna saperle raccontare. Ed i greci non le sapevano raccontare.”

mercoledì 9 novembre 2011

Riflessioni a vanvera sulla (nostra) filosofia analitica

Pubblico qui di seguito qualche riflessione a casaccio sulla filosofia analitica.
Non vorrei parlare tanto della filosofia analitica tout-court, in quanto argomento vastissimo e troppo generale per essere affrontato (dai fondamenti delle scienze a quelli della logica fino alla filosofia del linguaggio, da Oxford alla Silicon Valley, da una certa interpretazione di Aristotele alle definizioni della Settimana Enigmistica), quanto della filosofia analitica che abbiamo respirato nel nostro Ateneo urbinate, quella propinata dai nostri docenti e spesso discussa tra banchi, aule e pause caffè.
Ci sono state cose che mi sono piaciute molto, come ben sapete. Durante il primo anno ho apprezzato molto il corso di Filosofia della Scienza; avevo l’impressione che qualcosa si stesse già muovendo nella direzione che speravo: sognavo infatti una filosofia molto più ‘aperta’ ai problemi del mondo contemporaneo, scientifico e globalizzato, che non fosse solo per filosofi che vivono nel passato e che si muovono in carrozza perché non hanno mai superato gli esami della patente – mentre dicono, ipocriti, che lo fanno per scelta inventandosi chissà quali idealismi e teorie iper-incomprensibili arrivando ad affermare che il moto non esiste, non esistono le moto e non esistono neanche le autovetture. Altrimenti come mi spiegate il paradosso di Achille e la tartaruga?
Sognavo una filosofia che fondesse la saggezza e la fragilità dell'antico con la potenza e l'ingenuità del moderno, che fosse molto semplicemente qualcosa di più di un sociologo che vede solo gruppi sociali, di uno psicologo che vede solo modelli di comportamento o di un antropologo che vede solo archetipi, analogie e differenze tra culture. La filosofia avrebbe dovuto tornare alla matrice di questi problemi nel tentativo di risolverli attraverso la storia del pensiero, da un punto di vista che fosse il più ampio e generale possibile, senza tuttavia perdere troppo il contatto con la realtà e coi problemi che ci si era posti all’inizio del viaggio.
Poi ho visto il prof. Pesaro (ehr… qualche Km a sud) così vulcanico, che discorreva un po’ di tutto e un po’ di niente, che metteva insieme letteratura, filosofia, scienza e murfologia e la cosa mi piaceva molto. Credevo che fosse la direzione giusta, insomma.
Sono passati alcuni anni, ho avuto modo di riflettere e di ricredermi su qualche punto. Conoscendo ‘la band’, ho iniziato ad apprezzare un po’ meno l’arroganza per la quale la loro è ‘vera filosofia’, mentre gli altri son tutti ciarlatani o chiacchieroni. Che ci sia molta più filosofia nella fisica teorica che in certi esistenzialismi mi sembra una cosa palese, ma che si confonda la riproposizione in chiave logico-deduttiva di problemi vecchi migliaia di anni con tutta la filosofia mi sembra fortemente riduttivo. Poi senti citazioni del tipo: “sono troppo stupido per occuparmi dell’uomo e della mente umana, quindi faccio filosofia della scienza”, quando ti verrebbe da rispondere con simpatia: “allora sei anche troppo stupido per fare della scienza, quindi fai filosofia della scienza. Così però non fai né l’una né l’altra: né scienza né filosofia”.
Al massimo quel ramo della filosofia potrebbe occuparsi della divulgazione scientifica e della storia della scienza. Leggere articoli scientifici e riviste divulgative come ‘Le Scienze’ mi fa ben capire come sia spesso fondamentale, soprattutto se si è un minimo illuminati, porsi problemi epistemologici in ambito di ricerca scientifica (anche sperimentale), e che sia corretto nei confronti del lettore inesperto mostrargli con quali finalità e con quali interessi conoscitivi (oserei dire ‘filosofici’) certe ricerche vengono portate avanti, anche se non hanno un diretto risvolto applicativo. Da qui ad infognarsi per mesi sui problemi tecnico-filosofici (eh sì) del modello nomologico-inferenziale, che poi non ho ancora capito che differenza c’è con un sillogismo normale applicato alle leggi (nomos) scientifiche, oppure a impegnare dieci/dodici crediti di Filosofia Teoretica dietro al paradosso di EPR (sfido chiunque a ripetermelo ora, se l’ha capito… io proprio non saprei che dire) ne passa…
Un’altra cosa che ho apprezzato della filosofia analitica è stata la comprensione di un fatto banale: spesso molti problemi filosofici sono problemi mal posti. Basta riformularli, per trovare almeno risposte parziali. E questo ci sta tutto. Sono passati circa 2,5*10^3 anni dalla nascita della filosofia, in Grecia, se è passato tutto questo tempo e l’uomo si è evoluto così tanto qualcosa sarà pur cambiato; magari i problemi di fondo sono gli stessi, ma è giusto riproporli in maniera un po’ meno sgangherata del parmenideo Essere sferico, nel quale ancora oggi possiamo credere in maniera dogmatica, ma se ci fermiamo lì e non li mettiamo neppure in dubbio dando spiegazioni di carattere storico (in Grecia amavano il cerchio e la sfera in quanto la perfezione è geometricamente limitata, l’infinito era una brutta cosa, anche se non capivano perché il rapporto tra circonferenza e diametro, fondamentale per calcolare circonferenze, aree e volumi, non fosse un numero intero e perfetto e quei cazzo di decimali non finivano proprio più: 3,1415926535…) anziché fare filosofia possiamo darci, che ne so, alla cucina creativa. 
Ma se i problemi di fondo sono gli stessi e le risposte spesso le troviamo con più facilità riformulando i problemi dal punto di vista dei contemporanei, non significa che tu, filosofo del linguaggio o logico, devi costruirti un linguaggio artificiale di congiunzioni, disgiunzioni, implicazioni, iterazioni e così via, col quale poi magari una CPU ci ragiona alla grande a qualche GHz, ma col quale la filosofia e la metafisica non ci fanno un tubo, perché la mente umana al massimo preferisce rappresentarsi il mondo in maniera binaria, schematica e concettuale per comunicarla meglio al powerpoint ed alla gente venuta per la conferenza, ma schematizzare oltremodo non risolve un problema nato appunto per essere affrontato in maniera più aperta, più generale e più onesta nei confronti del nostro vaneggiamento umano, troppo umano. I computer ringraziano, la filosofia un po’ meno. Il problema di Espero e Fosforo di Sinn und Bedeutung manderebbe in tilt una macchina (provate a dare due nomi diversi alla stessa variabile!), ma ha davvero poco da condividere con i problemi primi ed ultimi del mondo e del rapporto tra uomo e mondo.
In sintesi, della (nostra) filosofia analitica ho apprezzato la spinta verso il contemporaneo, verso il ‘non voler puzzare di muffa’ della filologia classica, della filosofia del monografico e della gente che preferisce trovare le risposte sui libri, piuttosto che in una mediazione tra libri ed il mondo – che poi, a sintetizzare, i libri sono una parte di quello stesso mondo, del mondo intimo di chi scrive e del mondo a lui esterno di ciò che è scritto e descritto. Contemporaneamente, tuttavia, ho apprezzato molto meno la sua (la loro) autoreferenzialità, perché alla fine il miglior filosofo analitico non è un filosofo, ma un vero scienziato o logico che si pone problemi filosofici, e la presunzione ingenua ed un po' infantile di voler essere 'l'unica filosofia' che si pone problemi (a loro avviso) seri. Di certo è un ottimo spunto per risolvere od affrontare problemi filosofici, e penso che la filosofia analitica sia il miglior spunto in assoluto del '900, in ambito filosofico, ma di fronte alle idee del 1800, del '700, del '600 e così via, la filosofia analitica è davvero poca cosa, segno della crisi che la filosofia sta oggi attraversando. Che è poi lo stesso, triste discorso che ha mandato a puttane il Corso di Laurea triennale, oggi chiuso; le concause saranno anche numerose, ma a mio avviso una forte conflittualità ideologica tra docenti di settori diversi (tutti filosofi, eccheccazz...) ha radici filosofiche molto profonde ed ha influito in maniera decisiva negli eventi che hanno portato alla chiusura. Un vero peccato che questa filosofia, in questo Ateneo, si sia integrata così male: un momento di rottura troppo forte, sicuramente, proprio quando la filosofia, sia nella nostra piccola realtà urbinate che nel mondo, aveva più bisogno di coesione ed apertura con sé stessa – non in nome di un idealismo comune né di un'idea comune; molto più semplicemente, in un mondo in cui non pensa più nessuno, in nome del puro e semplice pensare.

Ok, forse ho scritto troppo. Sono ai Musei di Pesaro, nello spazio tra il turno mattutino, il pranzo, una breve ma doverosa sessione al bagno ed un altro turno di lavoro. Spero di aver dato qualche spunto di riflessione o qualche stimolo per l’oscuro luogo da cui sono venuto.

_Monti

sabato 5 novembre 2011

ancora...

dimenticavo.....per ora riamane che alla fine del mese prenderò tutti i post e come detto ve li invierò in pdf, potrete farne ciò che volete.
metterò la copertina e l'indice coi nomi di chi li ha scritti, quindi mi raccomando..........
a breve uscirà la presentazione ufficiale (hehehehehe)
bellaaaaaaaaaaaaa

benvenuti a tutti

sono molto contento innanzitutto di essere riuscito a coinvolgere altre tre persone (per ora) in questa idea, e poi per aver creato questo blog. spero che grazie a questo piccolo spazio riusciremo a coprire le distanze e a fare quattro risate. in cuor mio confido nella maggiore utilità di questa pagina rispetto a quella boiata di facebook. (oggi sto pensando a .... il mio cane pippi che non riesce a trovare una cagnetta quindi è costretto a sfogarsi sulla gamba di mia nonna) ..... ma vabbè....
vi invito a scrivere, mettere foto o video (se è possibilie, sennò sticazzi)
l'idea mi è venuta scrivendo la tesi (o cagando....non ricordo...e questo dice tutto!!!), quindi credo che a breve ve ne sorbirete un pezzo, appena riuscirò a fare le cose per bene...
qui siamo tutti gestori e gestiti, quindi se volete cambiare qualcosa fatelo pure, avete le coordiante per farlo.
 buona seduta
Alessandro